giovedì 2 febbraio 2012

Il Fortino Sepolto - un anno dopo


 

Capo Peloro sull’urlo della Tempesta”.
Suggestiva immagine artistica del mare in burrasca a Punta Sottile, quando c’era ancora la scogliera protettiva dei massi oramai sommersa. Opera della pittrice messinese Tania FIORE .




Ancora una volta recepiamo e pubblichiamo un affettuoso contributo di Franco Di Fede su Torre Faro e Capo Peloro.


REPETITA IUVANT”… quamquam …“Pisces clarissime audiunt”
(Giova ripetere le cose … quantunque … i PESCI ci sentono benissimo)

PER IL FORTINO DI GARIBALDI SEPOLTO E DIMENTICATO A TorreFaro

… … non più il tenebroso abisso del passato, il tempo si è consumato abbastanza, ma il luogo dello splendore nel ricordo dei valori antichi e dei fatti Risorgimentali del 1860 che si compirono e qui accaddero nel vivo dell’ombelico marinaresco di Punta Sottile a Capo Peloro, in località detta del Lanternino sull’orlo della riva bagnata dal millenario gorgo di Cariddi ed ora a ridosso del corpo torreggiante di quella biga gigantesca del Pilone che da alcuni anni è stato dismesso e lasciato in asso come un moderno monumento tecnologico di ingegneria meccanica. 

Fu ordito e tramato con trecce di fili d’ acciaio incrociati messi in opera alacremente da splendidi uomini coraggiosi venuti da lontane contrade di montagna del nord-est d’ITALIA, non indossavano le Camice Rosse ma, così come Quelli, parlavano idiomi diversi. ( li ho visti con i miei occhi inerpicarsi come scoiattoli sui tralicci e li conosciuti ad uno ad uno).



“NNUNCA”! … direbbero così i più vecchi del paese a TorreFaro nella loro familiare calata dialettale. “DUNQUE”! … invece diremo noi, senza che nessuno si molesti ma replicando con voce più dolente che non si è mossa iniziativa alcuna e tutto è tale e quale come quando ci eravamo lasciati con la nostra Pia Impetrazione nell’articolo del Fortino Sepolto, qui nel sito pubblicato a puntate a partire dal 18 febbraio 2011. Ammenocchè non si stia, all’ombra ed in silenzio, approntando uno studio per un grande restauro per poi mostrarcelo a sorpresa tutto d’improvviso. Allora per scrupolo restiamo in attesa affidandoci alla saggezza latina che ci consiglia e ci induce a ripetere la qualcosa già detta perché giova, ma soprattutto perché il nostro Fortino non può stare moribondo tutta la vita ed essere rammemorato di tanto in tanto solo per frammescolate operazioni culturali d’uso e consumo.

Adesso per ragioni di opportunità ci limiteremo a ribadire la sola ultima parte conclusiva:
Riportiamo il Fortino sepolto a rinnovata luce e consegniamolo allo sguardo ed alla conoscenza di tutti cominciando, per primo, a ricomporre insieme le macerie di pietra, ghiaia, sabbia e calcina delle antiche strutture andate in frantumi durante l’escavazione per il recupero dei nostri tre rugginosi pezzi d’antiquariato bellico di pregio storico.
E vi confessiamo apertamente che abbiamo gettato alle ortiche ogni convinzione politica e ad onta di qualsiasi censura vi dichiariamo, seppure con la nostra voce infinitesimale, che fuori dal delirio di quelle Rivoluzioni e di quella Tragedia collettiva, questi monumenti fuori dal tempo ma grandiosi nel simbolo del FORTINO, dei CANNONI e del LANTERNINO ci trasmettono un brivido toccante di commozione tutti insieme così ben raccolti come in un sinedrio in questo posto sacrale, che ci sta molto e molto a cuore, che ha visto uomini vivere e morire e dove da sempre si sente alitare il respiro libero del mare e del bel vento puro della speranza.” 



Il piazzale del Fortino Garibaldiano con i vecchi cannoni abbandonati 
Oggi nel piazzale, dopo il recente recupero dei cannoni, si vedono ancora le vestigia dell’antica murazione
Foto: Di Fede

Approvato e condiviso dall’equipaggio di bordo dei Marinai di Clio, che dai loro banchi di remeggio con giovialità sovrana si sono fidentemente consacrati alla missione chimerica (ma non impossibile) del recupero e della redenzione storica del Fortino Garibaldiano a Capo Peloro nonostante “ le sirti e gli scogli”.
Vostro umilissimo servitore
Franco Lucio DI FEDE

giovedì 31 marzo 2011

Anticaglie egizie a Messina nell’area dei Laghi di Ganzirri

Dal sito ZancleWeb, un interessante articolo dello storico Alessandro Fumia sulle "Pietre della Fenice" del Museo Civico di Messina, originariamente rinvenute nei dintorni di Capo Peloro.


Nel Museo di Messina, si conservano due misteriose pietre, dismesse nel 1902 dalla Cattedrale della Città dello Stretto.
Ritrovate occasionalmente durante una fase di restauro, sopra le colonne che né delimitavano l’area dell’altare maggiore, fungevano da piedritti della cornice della lunetta absidale del Cristo Pantocratore.
Nascoste da un’armatura in mattoni e da intonaco e stucchi di epoca cinquecentesca, furono collocate verosimilmente, durante una fase di restauro avvenuto fra il 1254 (l’anno dell’incendio del tetto di copertura dell’altare maggiore) e l’anno 1330 (quando, l’Arcive scovo Guidotto De Tebiatis, né restaurò gli arredi delle absidi con apparati musivi).
Queste pietre egizie, contengono un ricco patrimonio di immagini e di scrittura, recentemente tradotta e riqualificata.
La rispettiva provenienza e collocazione, dipende da un riutilizzo di suppellettili estrapolate dal tempio siculo-greco del Poseidon-Nettuno di contrada Margi di Ganzirri.
La traduzione effettuata sui geroglifici contenuti nella prima colonna, riporta l’avvistamento della fenice di fuoco, nel cielo della città egiziana di Eliopoli, così come viene ricordata nel libro della Genesi della Bibbia, e successivamente, in quello della storia di Erodoto.


Gli egittologi di tutto il mondo, ritengono il tema della comparsa dell’uccello di fuoco nel cielo eliopolitano, un racconto che non ha avuto ancora riscontri oggettivi.
Ebbene, a differenza di molti reperti archeologici disseminati nei musei di tutto il mondo, dai quali si possono attingere informazioni di rimando sul tema, presso il Museo di Messina, esistono due colonne istoriate, provenienti dal tempio nazionale del demiurgo di Eliopoli, scomparse da quel luogo, gia al tempo della XIX dinastia cioè, durante il regno del Faraone Ramses II ( 1279- 1212 a.C.).
Queste pietre sono assenti dal suolo egiziano, da almeno trentatre secoli; sicuramente, uno dei primi bottini razziato dal suolo natio.
E per questo motivo, lontane da qualunque analisi storica che né contempli la rispettiva datazione.
Non fanno parte di nessuna collezione, né sono state acquisite da donazioni o lasciti.
Pertanto, sconosciute al circuito dell’egittologia internazionale.
Sono giunte a Messina, per opera di un antico popolo nomade, conosciuto dagli Egiziani, come quello degli Shekelesh, i progenitori dei Siculi, formando la prima area templare di Sicilia, ricordata ed evocata, nel libro dell’Odissea di Omero.
Essi, manipolarono il contenuto celato nelle pietre, dimostrando di conoscere sia la lingua che la religione egizia, e attraverso il contenuto conservato in queste pietre, stabilirono il primo concetto religioso rivolto ad evocare la presenza di un’entità, inseguito ritenuta il fondatore di Messina: nella memoria di Orione, luogo astrale, e paradiso degli Egiziani una volta passati a miglior vita.
Evocato nelle sembianze di un dio, venne adorato dai nostri progenitori tanto tempo fa; ma, questa è un’altra storia che sveleremo in un prossimo futuro.
Viceversa è importante ricordare il ricco patrimonio iconografico presente in tutte è due le pietre.
Nella prima colonna istoriata, divise nelle quattro facce del prisma, vi sono un totale di 11 figure intere e quattro sezionate, rappresentanti l’enneade di Eliopoli.
Di contro, nella seconda colonna istoriata, distribuite nelle due facce squadrate, si ritrovano sette figure intere e due sezionate; quest’ultima colonna è più antica della prima.
Identificando le immagini riportate in essa, si può datarla, durante il periodo di Naqada primo ( 4000- 3500 anni a.C.).
Tutte e due le pietre, sono alte metri 3,09 e rientrano nel protocollo architettonico, dei faraoni della prima dinastia 3100 a.C.
Lo studio che ho preso in esame, dà maggiore attenzione, agli stili della scrittura e delle sculture, qui identificate con il metodo a incisione, e quello più raffinato a bassorilievo ribassato.
L’area templare dove sono state escavate le due colonne istoriate del XIII secolo a.C., riconducibili alla zona archeologica predetta di epoca siculo- greca, dove si ergeva dal IX secolo a.C. un tempio dedicato a Poseidone, poi inteso Nettuno, comprendeva, una più complessa, ma ben identificata zona templare del XIII secolo a.C., riconducibile all’antico popolo degli Shekelesh, i quali hanno lasciato cospicue testimonianze in questo distretto geografico.
Le colonne istoriate non sono gli unici reperti scoperti a Messina. Nei depositi del Museo Regionale di Messina, è conservato il reperto dello scriba egizio non che, presunti scarabei egizi. Nell’area dei monti Ciccia e Tidora, verso la fine degli anni ottanta, sono state individuate dall’Associazione degli Amici del Museo di Messina, resti templari di una civiltà sconosciuta, ma di origine Ittita. La comparazione grafica di alcuni resti archeologici studiati dal Dottor Spigo e le osservazioni fatte da altri eminenti studiosi, sui ritrovamenti archeologici ricadenti sul Monte Tidora, ove fu scoperta una necropoli a doppia inumazione, fanno apparire tutta l’area della doppia collina, un giacimento di una civiltà ancora da identificare. Inoltre, da alcune deduzioni documentarie fatte da me, in rapporto all’area archeologica di Ganzirri e in parte confermati da alcuni archeologi, sulla combinazione dei resti delle colline Ciccia e Tidora, si è individuato il ricettacolo della sottostante città, presso la sella che collega i due monti. Una città Sicula della quale si azzardano rilievi, in rapporto alle pietre egizie conservate al Museo di Messina. Quella città potrebbe essere, la stessa rilanciata, dal geroglifico parlante segnalato nella seconda colonna: ossia, del geroglifico del sacerdote che tiene stretto l’albero del sicomoro in mano, legato da una fune shen simbolo del mondo magico e del tempo, notoriamente combinato nei simboli alfabetici legati a un luogo oppure a una città, appellandola RSΑΑ.

Alessandro Fumia

lunedì 14 marzo 2011

La nostra impetrazione


Si conclude con questo articolo il contributo di Franco Di Fede su Torre Faro e Capo Peloro. L'articolo è stato diviso in parti e può essere letto integralmente nei post precedenti.



In seguito allo storico episodio dello sbarco a Marsala (TP) dell’11 maggio 1860 i Mille, trovando la via libera, partirono per Salemi (TP), da dove Garibaldi dichiarerà con un proclama di assumere la dittatura dell’Isola con pieni poteri civili e militari in nome di Vittorio Emanuele II di Savoia.
Poi, quando Garibaldi, dopo aver percorso la “Via Sacra” con l’ausilio tanto indispensabile della classe maggiorente dei nobili siciliani nella campagna di Sicilia, con il grosso delle sue falangi di legionari in camicia rossa giunse dinnanzi alla vecchia Torre Medioevale ed alla Fortezza inglese di Torre Faro, aveva da poco già decretato che in Sicilia erano stati aboliti il titolo di “Eccellenza” e nessun uomo rivolto ad altro uomo poteva più rivolgersi con l’espressione ”baciamo le mani”.
Questi furono fra i primissimi provvedimenti innovativi dei nuovi eventi politici per opera di questo cittadino di Nizza, nel cui animo ha scritto Giuseppe Guerzoni, ufficiale garibaldino e futuro professore universitario di letteratura italiana, spiccavano “il coraggio e la bontà” e che fu un grande difensore della libertà dei popoli nei confronti degli ingiusti oppressori.
Nevvero? I Posteri sono sfacciatamente avvantaggiati in tutto e per tutto sui Contemporanei, che invece hanno un delicato rapporto con gli avvenimenti nel loro presente, e fra i tanti privilegi spicca che risultano più liberi di decidere una qualsiasi diversione nel tessere le lodi di chi vogliono o di non prostrarsi in deferenza come un antico schiavo “Aleìptes” della Grecia classica nel bagno mentre unge il padrone. Forti di questo nostro enunciato principio, che esclude completamente la chiave apologetica, il culto ipocrita della personalità ed ogni plateale omaggio vassallesco, ci prendiamo la libera licenza di estollere questo Cavaliere errante senza macchia e senza paura, al quale dobbiamo riconoscere i dovuti titoli di merito ed un carisma formidabile e singolare fra la gamma dei personaggi che hanno operato per l’Italia: la sua eccellenza nel comando, di un intrepido Condottiero che non disdegnava gettarsi con audacia, arma in mano, nella mischia dove infuriava la battaglia, di lui hanno detto che il suo stile di vita fu quello di un generoso soldato votato alla patria, che visse sempre con l’idea dell’onore militare, della giustizia e dell’onestà e con indosso tratteggiato il testamento delle sue imprese: le cicatrici riportate tra un combattimento e l’altro sui campi di battaglia. Nel 1860 quando bello e risoluto si presentò in Sicilia non era ancora il leggendario Garibaldi, ma aveva poco e niente da correggersi perché già possedeva quel bagaglio di istruzione e di esperienza sull’arte militare. Con il suo eccentrico abbigliamento: camicia rossa, fazzoletto al collo, il poncho e la berretta, senza avere mai indossato galloni dorati non fu per questo da meno dei più scelti Generali usciti dagli Istituti delle Accademie e carichi di conferite decorazioni. Fuori da ogni agiografica rappresentazione la sua figura rifulge da sola di luce propria e non ha bisogno della nostra aureola di gloria per essere esaltata in queste nostre modeste pagine succinte. Com’è notorio diventerà una vera Istituzione Nazionale, ammirato e venerato non solo dalle masse popolari e una celebrità riconosciuta ed apprezzata nel mondo intero come un eroe da romanzo. 

A parte tutto, però, e credeteci nel modo più spassionato, noi non sappiamo se tutti quegli Insorti Siciliani, che si erano uniti con impeto e slancio patriottico ai Fratelli Garibaldini del Continente, fossero a conoscenza della Santa Causa che stessero per realizzare con un proprio convincimento o per pura fede o che furono usati come strumento lusingati da grandi promesse di lavoro, uguaglianza e libertà. Ma fatti magnanimi e gloriosi che furono, cosa certa è che non fu una passeggiata fra i campi per tutti quegli uomini in guerra, caddero difatti in combattimento da entrambi le parti individui che parlavano la stessa lingua: “l’Idioma Gentile sonante e puro” (Alfieri) e che appartenevano ad uno stesso Paese ricco di millenarie tradizioni. Non siamo in grado di dire neppure se a conclusione delle secolari turnazioni per l’affidamento in prestito e comodato d’uso della Bella Isola, tanto amata e desiderata come una concupiscente odalisca, tutto tornò fatalmente come prima quando nell’anno di grazia 1861 andò in appannaggio all'ultimo della lunga lista dell’eletta compagnia dei pretendenti che lo avevano preceduto e che tagliò il traguardo di fine corsa: l’Allobrogo, una Augusta persona di Monarca che abitava nella regione del Piemonte e della Savoia italiana, Sua Altezza Reale Vittorio Emanuele II di Savoia.

Ma cosa certa e risaputa, comunque siano andate le cose, fu invece che i Contadini siciliani non ebbero mai ripartite le terre demaniali dei campi coltivabili così come ostentatamente promesse dai Nuovi Governanti, o semplicemente adombrate a tal punto da far sembrare realistico a quella umile gente che questi si stessero prendendo l’assunto di assegnargliele.
Ad una condizione umana così offesa si aggiungerà contestualmente un’altra cruda realtà: furono tenuti analfabeti ed in soggezione dalla passata Monarchia dei Borboni, analfabeti ed in soggezione continuarono ancora ad essere tenuti dalla nuova Monarchia dei Savoia fino alla soglia della Prima Guerra Mondiale. A quei primi e munifici pronunciamenti da parte del Generale dei Generali, tanto pregni di elevata nobiltà umana quanto astratti, di converso, non si prenderanno mai iniziative pratiche per quelle motivazioni, più concrete, che riguardavano le indigenti condizioni vitali della classe dei lavoratori appartenenti alla fascia più povera e più bisognosa. Ahi voglia di gridare giustizia senza voce! A questo punto il Popolo Rustico di Sicilia, sommamente rappresentato dal bracciantato agricolo, non sperava più nulla di buono dal futuro perché si sentì inadeguato ad una Terra natia e ad una Patria senza una valida prospettiva di vita, spinto dal bisogno e da un cocente senso di frustrazione per quel generale gregarismo forzato che coinvolgeva tutti i semplici lavoratori che dovevano sopravvivere all’estrema indigenza, sconvolse il proprio destino e con grande spirito di riscatto prenderà la decisione, implacabile e dolorosa, di andarsene via verso luoghi lontani d’oltremare per procacciarsi un qualche lavoro ed una remunerazione non sempre dignitosa.
Orbene ritornando a quel 1860 i Nuovi Esercenti della Politica Italiana, per così dire, si presero il Martirio di tutti in collettiva Napoletani e Garibaldini, e restituirono, speriamo con sincera larghezza d’animo e d’intenti, una Fondazione Italica di Unità Nazionale: il Nuovo Stato Monarchico Italiano di S.M. il Re Vittorio Emanuele II di Savoia per grazia di Dio e volontà della Nazione proclamato a Torino dal Primo Parlamento italiano il 17 marzo 1861. E così il “Problema Italiano” fu risolto con l’Italia unita ed indipendente che entrò a far parte del ” Concerto Europeo delle Nazioni”. Il prossimo 17 marzo 2011 si celebrerà il 150° Anniversario della sua Costituzione.

E dunque la Storia d’Italia, nel suo momento cruciale, è passata da questo estremo cantuccio settentrionale di terra di Sicilia saliente nel mare del Peloro e sarebbe impietoso se, nel celebrarla, non liberassimo dalle coltri di sabbia e dall’abisso dell’oblivione le vestigia del nostro Fortino sepolto, testimone di quei grandi avvenimenti e fatti.
Facciamo appello, con tutto lo zelo possibile, ai più esemplari proponimenti acchè questi tre vecchi cannoni ad avancarica, da poco sottratti ad un inesorabile degrado, non rimangano un’operazione di consumo col rischio di diventare un evento incompiuto defraudato dei suoi diritti sacrosanti. E questo luogo ricco di storia e di tradizioni, fin’ora tanto emarginato, non se ne ritorni a stare, dopo questa miracolosa occasione che si sta presentando, nelle profondità inesplorate del passato.
Riportiamo il Fortino sepolto a rinnovata luce e consegniamolo allo sguardo ed alla conoscenza di tutti cominciando, per primo, a ricomporre insieme le macerie di pietra, ghiaia, sabbia e calcina delle antiche strutture andate in frantumi durante l’escavazione per il recupero dei nostri tre rugginosi pezzi d’antiquariato bellico di pregio storico.
E vi confessiamo apertamente che abbiamo gettato alle ortiche ogni convinzione politica e ad onta di qualsiasi censura vi dichiariamo, seppure con la nostra voce infinitesimale, che fuori dal delirio di quelle Rivoluzioni e di quella Tragedia collettiva, questi monumenti fuori dal tempo ma grandiosi nel simbolo del FORTINO, dei CANNONI e del LANTERNINO ci trasmettono un brivido toccante di commozione tutti insieme così ben raccolti come in un sinedrio in questo posto sacrale, che ci sta molto e molto a cuore, che ha visto uomini vivere e morire e dove da sempre si sente alitare il respiro libero del mare e del bel vento puro della speranza.

Franco Lucio DI FEDE

mercoledì 9 marzo 2011

Il Mistero dei Cannoni "di Garibaldi"

Continuiamo a pubblicare il contributo di Franco Di Fede su Torre Faro e Capo Peloro. L'articolo è stato diviso in parti e sarà completato nel corso dei prossimi giorni.


PER LA PRIMA VOLTA UN’IPOTESI VEROSIMILE:
I TRE CANNONI DEL FORTINO FURONO PORTATI A TORRE FARO DA UN CONVOGLIO NAVALE DA TRASPORTO INGLESE
IL 10 AGOSTO 1718


 
A Capo Peloro, una bella mattina di domenica del 10 agosto 1718, nel cuore della calda estate siciliana, avvenne che la Flotta Navale da Guerra di S. M. Britannica, proveniente direttamente dall’Inghilterra e composta da 25 Navi di Prima e di Seconda linea, 2 Brulotti e 2 Palandre comandate dall’Ammiraglio BINCH, si presentò all’imbocco dello Stretto di Messina dalla rotta di nord-ovest. E siccome puntuale incalzava e rompeva la furia della rema di scendente fu costretta a dare fondo alle ancore in prossimità della costa fra le spiagge di Mortelle e di Torre Bianca, salutata festosamente con colpi di archibugi da parte degli equipaggi della Navi da Trasporto Inglesi, che l’avevano preceduta qualche tempo prima, a pieno carico di uomini, armi, artiglierie, munizioni e vettovaglie. Quindi una Guarnigione composta da Militari Inglesi prese possesso della vecchia Torre del Faro subentrando al Presidio di Soldati Spagnoli che il giorno prima l’aveva abbandonata precipitosamente e che appartenevano al corpo di spedizione capitanato dal Marchese DE LEDE, sbarcato il 2 luglio del 1718 presso Palermo e assunto la carica di Viceré in nome di Filippo V di Spagna con l’intento di riconquistare la Sicilia.
In quel periodo il Governo della Corona Inglese era interessato ai possedimenti spagnoli in Italia e ad una stabile presenza in Sicilia, al contempo aveva intenzione di fermare decisamente le mire espansionistiche della Spagna, che invece insisteva a volersi riprendere il possesso della Sicilia. Tutto questo avveniva mentre era regnante l’ex Duca di Savoia Vittorio Amedeo II, Re di Sicilia dal 24 dicembre 1713 (governerà fino al 1720).
Possiamo ipotizzare che da questo Convoglio Navale da Trasporto Inglese furono scesi i tre cannoni ad avancarica dissepolti del cosiddetto Fortino di Garibaldi, con più possibilità per quello più grande che porta inciso sulla volata una croce sottoposta ad una corona reale. Molto probabilmente farebbero parte di un lotto di pezzi di artiglieria di piccolo e medio calibro e di munizionamento commissionato alle fiorenti industrie belliche o al grande e ricco Arsenale da guerra di S. M. Britannica dal novello Re Sabaudo di Sicilia: sarebbe dovuto servire ad incrementare il potenziale militare del proprio esercito ed altresì per meglio contrastare il comune nemico spagnolo.
L’Economia inglese degli anni che vanno dal 1690 in poi, per un non breve periodo, era incappata in una profonda depressione. Ma questa infausta congiuntura avrebbe favorito l’accoglimento da parte del Governo Inglese della molto delicata richiesta di acquisto di armi pesanti. L’affare non si realizzò certamente in tempi brevi, vuoi per la proverbiale severità e precisione anglosassone e vuoi per le difficoltà rappresentate dal lungo viaggio del trasporto per la consegna al destinatario. Questa l’estrema sintesi di tutta l’operazione: il Governo della Corona inglese esaminata la domanda di Re Vittorio Amedeo II diede disposizione che fosse formalizzato un Decreto Reale dal Re Giorgio I, l’ex Principe elettore d’Hannover (Sassonia), che autorizzava e consentiva la vendita dei pezzi richiesti e dopo che l’atto fosse stato reso esecutivo dalla determinante approvazione del Consiglio della Corona. Sistemata burocraticamente la pratica ne seguirono i rigorosi collaudi per l’idoneità al fuoco di ogni singolo pezzo. Come ultimo atto si sbrigarono tutte le iniziative per organizzare la spedizione ed effettuare l’imbarco, nella nostra ipotesi, su quelle stesse Navi da Trasporto che risultarono ormeggiate insieme alla Flotta Navale da Guerra Britannica, nel mare di Torre Faro, tranquillo ed argentino quando vuole esserlo, in quella lontana mattinata domenicale del 10 agosto 1718.



I GARIBALDINI NON POTEVANO FARE USO DI QUEI TRE CANNONI DISSEPOLTI

Analizziamo con criterio le nostre ipotesi che abbiamo trovate interessanti davvero. Sempre con la speranza che qualche Militante Intelletto Critico di Storico, con linguaggio tutto fronde accademiche ed iperboli, non ce le bolli per un’opera capricciosa della nostra immaginazione o peggio ancora una tantafèrina priva di costrutto sottoscritta da un somaro idiota locale. Oppure magari, nel caso sia stato più clemente e disposto a darci retta, risulterà invece un paziente recensore del nostro lavoro, d’altronde non abbiamo fatto altro che leggere e riassumere semplicemente con scrupolosa accuratezza le Carte Storiche ed ascoltato e riferito, spartanissimamente, la Voce del Popolo di Torre Faro, dalla quale abbiamo attinto spigolando i racconti dei Vecchi abitanti che toccavano gli ottanta anni di età ed oltre, come la tanto cara Nonna Ciliberto, può sembrare curioso ma a 94 anni suonati era la mia migliore amica: mia vicina di casa in Via Lanterna, proprio all’ombra della grande mole del Faro fra le ortensie, i gerani ed i grandi alberi di pesco mi contava e ricontava, fanciullo ancora, fantastici fatti veri che sembravano antiche favole. Con la più riconoscente gratitudine devo a tutti loro se ho potuto ragguagliarvi rievocando i loro scorci descrittivi, appresi man mano negli anni, su quegli accadimenti memorabili che in paese si sono tramandati a voce da padre in figlio, qui riportati nella loro essenzialità e con giudizio; sparsi in tutto il testo hanno una loro provata valenza come notizie storiche attendibili da prendere in considerazione per cercare di ricostruire quegli avvenimenti.
Dicevamo prima della speranza, in questo caso è uno di quei bisogni che si possono lasciare insoddisfatti senza che accada nulla di grave quindi andiamo dritti ad esporre senza alcuna remora ma con la più coscienziosa obiettività possibile quanto vi dobbiamo dire.
Qualora perciò i nostri tre cannoni ad avancarica fossero stati in grado di sparare i Garibaldini non avrebbero avuto alcun interesse a metterli fuori uso dal momento che non era necessario farlo, tant’è per due ordini di fattori:
Il primo: visto l’esiguo numero degli stessi, potevano portarseli a loro seguito come hanno fatto per tutta la loro artiglieria al gran completo, la quale risultava di per sé già di numero notevole, a conferma di quanto si è sempre sostenuto in paese per tradizione orale ché le bocche da fuoco puntate sul mare dello Stretto verso la Calabria risultavano sicuramente più di quaranta pezzi.
Se poi hanno lasciato quei tre cannoni di ottima fattura e si sono portati via quel modello antiquato di Colubrina, risalente al 1600, che allunga il suo collo verde dalla gabbionata della batteria, a Torre Faro dove è piazzata, lunga come la fame, così descritta da Giuseppe Cesare Abba nelle sue Notarelle di Memorie garibaldine, i racconti: “ Da Quarto a Volturno” e “Storia dei Mille”, ci induce a pensare che non erano più in grado di sparare.
E sempre da questi scritti: la Colubrina in questione era stata issata e acquisita a bordo quando Garibaldi con i suoi Mille sostarono alla fonda con i vapori Lombardo e Piemonte nel mare di Talamone sotto le coste della Maremma toscana. Montata su di un cattivo affusto, un vecchio e logoro impiastro da far paura, a ruote di legno non cerchiate che per la continua usura erano divenute poligonali; con una delle maniglie a forma di delfino spezzata e con i segni evidenti di due colpi di cannonate ricevute. Era così tanto malandata che aveva fatto dannare, fino all’inverosimile, gli uomini addetti al trasporto armi, impegnandoli ad arrancare sfiancati per trainarla da Marsala (TP) fino ai 720 mt. di altezza a Piana degli Albanesi (PA) nel corso della Campagna di Sicilia. (Ammenochè non giaccia ancora nascosta ed abbandonata sotto le dune di sabbia e di terra accumulatesi nel tempo sopra il nostro Fortino).
Il secondo: i Nostri Scamiciati in rosso inoltre avrebbero avuto un’altra alternativa dopo la loro definitiva partenza dalla Sicilia: lasciarli nel Fortino in forza alle loro truppe territoriali filo liberatrici che rimasero a presidiare ed occupare stabilmente tutto il territorio conquistato di Torre Faro.
Poi in seguito, quando l’avventura garibaldina dei Mille si concluse, sempre dalle testimonianze degli anziani del paese, è risultato che i nostri tre bei cannoni furono lì abbandonati sin dal primo momento per troppi interminabili lustri e per dirla come loro: “non furono mai più né nella mente di Dio e neppure in quella degli uomini”, fino a quando non sono stati ritrovati, di recente, come robe vecchie e inservibili lasciate nel chiappolo e recuperati quali reperti storici da salvare.
Pur rimanendo nel suo aspetto più lusinghiero la loro riesumazione, tanto invocata da gran tempo, è stata accolta come una tarda giustizia, trattandosi di cosa che avrebbe potuto con pieno diritto non essere sottratta alla pubblica conoscenza. 


A questo punto non ci rimane che fare un salto a precipizio all’indietro nel tempo che precede la dominazione borbonica in Sicilia. Si tratta di un periodo di 17 anni che va dal 10 agosto 1718, data che come abbiamo detto prima potrebbe corrispondere all’arrivo dei nostri cannoni a Capo Peloro, al 30 giugno 1735, data di insediamento della dinastia borbonica di Re Carlo III, che giura solennemente nel Duomo di Palermo. In questo lasso di tempo, proprio dalle nostre parti, avvennero scontri d’armi tra i soldati Austriaci, Spagnoli, Inglesi e gli stessi Borboni con una prevalenza transitoria ora dell’uno ora dell’altro o dell’altro ancora, alla fine queste guerreggiate si concluderanno il 9 marzo 1735 con la resa del Presidio austriaco a Messina ad opera di questi ultimi. Se la manomissione non è avvenuta durante l’alternarsi di questi fatti guerreschi allora le nostre indagini ci portano ad indicare i Soldati di Francesco II, ultimo Re borbonico del Regno delle due Sicilie, ad avere operato, con molta probabilità, l’intenzionale danneggiamento dei pezzi per non doverli lasciare efficienti in mano al nemico garibaldino. Ecco di seguito spiegato per quali fatti e presumibili motivi :
Il 24 luglio 1860 il Ministro della Guerra borbonico Giuseppe Salvatore Pianell, che stava a Napoli, visto che gli eventi si stavano mettendo molto male per il suo esercito, che già era in rotta, valutato che c’era poco da sferrare un contrattacco e non dovendo condurre una guerra ad oltranza per conservare la posizione fino all’ultimo uomo, onde evitare un inutile spargimento di sangue, affidò al Maresciallo Tommaso Clary, comandante delle truppe borboniche sulla piazza militare di Messina, il compito di trattare un Armistizio col nemico per consentire lo sgombero dei propri soldati che erano in ritirata, sparsi e di quelli rimasti isolati. Difatti il 27 luglio 1860 Garibaldi con i suoi garibaldini, già col tacito accordo di non belligeranza, prese possesso della città di Messina senza avere ingaggiato alcun combattimento, preceduto dalla brigata Medici che col gruppo d’assalto dei “Cacciatori del Faro erano state le prime truppe ad entrare nella città. Il giorno dopo, 28 luglio 1860 il Generale borbonico Clary oberato di responsabilità da quegli ordini superiori impartiti dal Comando Supremo di Napoli firmò l’armistizio con il corrispettivo Gen. garibaldino Giacomo Medici .
Quanto disponeva la stipulata Convenzione era perentorio: intimava che alle Forze borboniche veniva concesso solo il tempo strettamente necessario per ritirarsi nella Cittadella di Messina, nei forti di Don Blasco, Lanterna e San Salvatore.



Tutto questo avveniva quando l’Armata vincente di Garibaldi, dopo che era stato stipulato quel Concordato, si era già insediata in città e si stava dispiegando con le sue prime linee lungo la riviera messinese fino a Torre Faro. Nel mentre le unità navali d’appoggio, per ordine dello stesso Garibaldi, si mossero da Milazzo per portarsi nelle acque di Capo Peloro, ove addirittura giunsero anticipandolo.
Ed allora il piccolo distaccamento dei Soldati borbonici, che apparteneva al Presidio di stanza nella vecchia Torre della Fortezza inglese, ricevuto l’ordine immediato di evacuare il proprio posto di servizio e di rientrare alla base per ragioni di opportunità, si trovò assediato ed oppresso da ogni parte dalle forze avversarie e fu costretto a limitarsi solamente al disbrigo di operazioni essenziali e filare via precipitosamente onde portare in salvamento se stessi, bagaglio e armamentario leggero. In quella situazione terribilmente precaria non fu possibile prendersi cura dell’artiglieria pesante presente nel Fortino di Punta Sottile: per questo motivo non poterono prelevare, trasportare e dislocare i tre cannoni in luoghi opportuni di pertinenza con i tempi così ristretti sanciti dall’Armistizio che incalzavano senza scampo, favoriti soprattutto dall’esiguo numero dei pezzi, presumibilmente, possono essere stati questi militari borbonici a metterli fuori uso. Supponiamo inoltre che non avendo essi a disposizione i chiodi d’acciaio ed il martello per inchiodare l’artiglieria secondo un rituale di sabotaggio più tecnico, in una più rudimentale alternativa calettarono e saldarono le palle di ferro dentro la bocca dei cannoni, in questo modo li resero inceppati e non più idonei all’uso bellico.
Quanto al dato storico avvenne che in quei momenti concitati e decisivi questi armati, distaccati ed isolati, furono prelevati in fretta e furia a mezzo navale, perché le vie carrozzabili erano impedite dalle forze garibaldine ormai riconosciute padroni della situazione, e “ a vele spiegate” furono condotti alla Fortezza della Cittadella, dove già erano stati destinati i soldati degli altri due presidi di Gonzaga e Castellaccio.
La Cittadella di Messina sarà l’ultima fortezza borbonica in Sicilia a capitolare quando il 12 marzo 1861 verrà espugnata dall’Esercito Savoiardo comandato dal Gen. Enrico CIALDINI.

lunedì 7 marzo 2011

Il Lanternino

Continuiamo a pubblicare il contributo di Franco Di Fede su Torre Faro e Capo Peloro. L'articolo è stato diviso in parti e sarà completato nel corso dei prossimi giorni.

Vista d’ insieme dei tre cannoni quando erano ancora interrati


Ce l’ho ancora presente questa lampa notturna del Lanternino che insieme alla celebre e più antica Lanterna di Capo Peloro, a lume girevole, quella che posta alla sommità di una imponente e maestosa torre cilindrica con devozione instancabile emette ampi fasci di luce di grande portata geografica, rappresentano i simboli millenari di questo estremo sporto di terra e di sabbia del nostro mitologico promontorio di Cariddi che si proietta e si distende in grembo al mare dello Stretto di Messina.
E le tante volte che l’ho visto battuto dalla sferza dei tumultuosi venti di scirocco, e con il mare mosso in burrasca asperso e subissato dagli spruzzi di spume dei cavalloni che andavano a frangersi violenti e paurosi infino al bordo del muro di cinta del nostro Fortino.
E com’è vero il detto mastro dei pescatori del Faro che le barche vanno alate dalla estremità poppiera con la prua verso il mare nella cala di stazionamento sull’arenile, così è vero che quando il nostro Lanternino cessò del tutto il servizio aveva già fatto benissimo il suo dovere avendo saputo assolvere la missione assegnata: di salvaguardia e di assistenza al grande viavai delle imbarcazioni, che tracciavano le loro rotte nella sua prossimità.

 Bocca di cannone ancora interrata: le due foto sono del 1999

Quella sua torretta, che innalzava al cielo l’antenna dove era posto in cima il grande fanale a luce fissa, sembrava il cupolino di un antico campanile in Val Pusteria sulle Alpi, in Alto Adige all’altro capo dell’Italia, per l’aspetto estetico e per il colore nero seppia delle sue strutture in materiale di ferro e di ghisa. Questo prezioso scrigno stava a cavaliere, come un cassero di nave, dentro il recinto dei ruderi del vecchio Fortino, con in circolo un muretto sormontato torno torno da un’alta cancellata di protezione in barre di ferro eretti su un rotondo basamento in pietra e muratura; quest’ultimo elemento unitamente al muretto circolare sono gli unici resti che rimangono ancora a testimonianza. Come una fiaccola di luce sospesa nella notte aveva reso sicuro per lungo tempo il cammino dei naviganti.
Inconfondibile segnalamento ottico marittimo per la sicurezza della navigazione costiera: oltre ad indicare la costa segnalava il punto d’incontro delle correnti ed il pericolo per la secca che esiste in quella zona di mare prospiciente il tratto di marina tra Punta Sottile e la Fortezza inglese.
Spiaggia, questa, chiamata “paraò” , parola di origine greca del frasario marinaresco dei pescatori turifaroti, tradotta nella lingua italiana vuol dire luogo di transito:TRANSITUM come fu pure appellato e conosciuto in tempi andati TORRE FARO.
Danneggiato dal tempo e dalla corrosione della salsedine marina, abbandonato nell’incuria il Lanternino andò in rovina e fu tolto di mezzo, al suo posto c’è ora una piccola costruzione in cemento di forma cilindrica.
Ma tutto d’intorno, che comprende anche il terrapieno e la cinta muraria del nostro FORTINO, è un luogo dall’aspetto cadente che tutti noi abbiamo il preciso dovere ed al contempo il legittimo diritto di portare a nuova vita.

mercoledì 2 marzo 2011

Il Fortino di Garibaldi

Continuiamo a pubblicare il contributo di Franco Di Fede su Torre Faro e Capo Peloro. L'articolo è stato diviso in parti e sarà completato nel corso dei prossimi giorni.


 
Vista dei ruderi del vecchio muro di cinta del Fortino e la nuova costruzione cilindrica edificata nello stesso sito del preesistente Lanternino. Foto scattate anno 2011 da Franco Di Fede.

IL FORTINO FORSE C'ERA DA PRIMA DELLA VENUTA DI GARIBALDI!

Torre Faro, estremità di costa che dal ponente tirrenico comprende, nel suo territorio, la cosiddetta spiaggia romana di Mortelle e arriva a levante ionico sino al Rione Palazzo, per la sua posizione geografica in ogni tempo è stato sempre ritenuto un importante punto strategico militare:
negli eventi bellici dell’ultima guerra, proprio qui a Capo Peloro furono dislocate tre postazioni di batterie d’artiglieria antiaerea italiane per contrastare le spietate incursioni dei velivoli Anglo–Americani, che passavano in volo su questo punto prima di dirigersi a sganciare stick di micidiali bombe sulla città di Messina e lungo la riviera fino a Mortelle. Le stesse batterie, durante la Battaglia di Sicilia (10 luglio – 17 agosto 1943), inoltre avevano il compito di proteggere il traffico sulle rotte di emergenza attraverso lo Stretto delle motozattere italiane e tedesche impiegate per l’evacuazione delle Forze dell’Asse dalla Sicilia.
Non dimentichiamo che Messina è stata insignita della medaglia d’oro al valor militare, perché dichiarata città martire e gloriosa vittima della guerra (1940-43).
Sempre in questo stesso punto nevralgico, prima dell’Unità d’Italia, nelle epoche che vanno dall’Era Medioevale al XIX Secolo si costruirono alacremente, man mano che le minacce di assalti nemici si facevano sempre più pressanti e insidiose, per la protezione militare della costa notevoli opere difensive, piccole e grandi, che portarono a divenire questo territorio una Roccaforte inespugnabile che fu per questo considerato la zona periferica più fortificata di tutta la Sicilia


È in questo furoreggiare di architetture militari di fortificazione che verrà eretto molto verosimilmente il nostro Fortino sepolto?
Perciò tornando a quel fine luglio del 1860, quando qui giunsero i Garibaldini, con molta probabilità, il nostro FORTINO fu trovato bello e fatto in accettabili condizioni murarie e con i nostri tre cannoni fissi in postazione ma come spiegheremo più avanti non erano in condizioni di sparare: il colonnello Vincenzo Orsini, durante la Spedizione dei Mille, fu nominato Ministro della Guerra e della Marina nel Governo costituito dal Dittatore Garibaldi in Sicilia e direttamente dallo stesso Comando Supremo ebbe disposizioni di approntare, lungo questo tratto di costa, una serie di batterie con la loro dotazione dei pezzi di artiglieria da campo; una di queste fu collocata proprio dentro il recinto del FORTINO, che con ogni probabilità era preesistente, dove piazzarono in barbetta un certo numero di cannoni.

Abbiamo detto questo perché è poco persuasivo e ci lascia tanto perplessi che l’Armata garibaldina, un Esercito improvvisato ed allo sbaraglio come è sempre stato tacciato, in poco più di tre settimane di permanenza a Torre Faro, avesse avuto la capacità tecnico-costruttiva, in mezzo a mille altri pensieri ed intoppi di vario genere, di mettere in opera tempestivamente una fortificazione in muratura pronta all’impiego ed agibile per solidità che sarebbe risultata più adatta ad una guerra di posizione e di difesa che ad uno schieramento facile a muoversi come il loro, formato da un corpo di volontari con compiti di fanteria leggera sempre in movimento e pronti all’assalto, molto simili agli antichi Vèliti delle Legioni Romane. Tant’è vero che, com’è vero, trascorsa la prima settimana di acquartieramento a Torre Faro, il loro unico impegno militare risultò essere sulle mosse solamente per varcare lo Stretto in ogni ora del giorno e della notte ed il più presto possibile a bordo di flottiglie, scaglionati in grandi gruppi, in ondate successive e in giornate diverse, per poi passati tutti, uomini e mezzi, risalire a grandi marce forzate la Penisola fino alla Campania: come in effetti avvenne.

Lo stesso Giuseppe Cesare Abba, ufficiale garibaldino, il più noto cantore e cronista dell’Impresa dei Mille, presente lui stesso al Faro, scrisse nelle sue Notarelle che furono adoperati solo “pala e badile per piantare certi cannoni (nel terreno)”, arnesi, questi, tanto in uso allora al Genio Militare per lavori celeri di escavazione campale. E non annotò altro, e neppure i Vecchi abitanti del paese, così precisi e preziosi in altri Ricordi garibaldini, hanno notizie da riferire in proposito.

Attualmente un accurato ma semplice scavo ci potrà dare molte più informazioni di quelle in nostre possesso, ci potrà chiarire molti dei nostri dubbi e chissà non possa saltare fuori, per nostra gioia, qualche nuovo interessante reperto da salvare.

lunedì 28 febbraio 2011

Garibaldi a Torre Faro


Continuiamo a pubblicare il contributo di Franco Di Fede su Torre Faro e Capo Peloro. L'articolo è stato diviso in parti e sarà completato nel corso dei prossimi giorni.



Questa era la pacifica comunità paesana di Torre Faro: “acqua nivi e ventu” nella quotidiana e dura fatica di eroi del lavoro, umilissima gente che ha attraversato la Storia come “gintuzza” anonima, “senza importanza e considerazione”, invece è una realtà da glorificare specie in quell’epoca di arcani e nuovi fermenti patriottici, non tanto chiaramente definiti, ai quali avrebbero dovuto affidarsi con abbandono e fiducia. A quei tempi abitava in caratteristiche casette basse, piccole e schiette che a volte le acque del mare sfioravano.
Ho conosciuto nel 1961, in occasione dei festeggiamenti per il Primo Centenario dell’Unità d’Italia, Flavia Donato, una figura indimenticabile di donna farota che con i suoi 106 anni era la persona più vecchia del paese, con una sorprendente esuberanza giovanile e con garbo delizioso asseriva di ricordare ancora come il Generale in persona sceso dal suo cavallo bianco (era la storica cavalla bianca Marsala) l’aveva presa in braccio affettuosamente in un amabile gesto paterno. Ella aveva appena cinque anni e le erano rimasti indelebili nella memoria i sentimenti di ansia e di paura che avevano coinvolto un po’ tutti alla vista di quello strano ed inaspettato esercito, che si era dato ospitalità in paese. Nonna Flavia ci lascerà l’anno dopo alla venerabile età di 107 anni.


 
I nativi più avanti negli anni raccontavano che la gente sgomenta, sorpresa e quasi incredula in un primo momento aveva creduto di trovarsi di fronte ad una brigantesca incursione per l’altrettanto strana divisa, nelle più svariate fogge, che avevano indosso questi miliziani. In effetti questa sgradevole impressione al primo impatto con le truppe garibaldine ci fa capire e dimostra quanto siano attendibili le ricordanze storiche che questa nostra gente ci ha raccontato. Dobbiamo sapere difatti che in quella temperie storica-garibaldina i primi arruolati dei Mille, in prevalenza lombardi, e tutti quegli altri che poi man mano si aggiunsero in grandissimo numero al seguito di quella impresa, erano una composita moltitudine di volontari: c’erano ragazzi anche meno di quattordici anni ed uomini maturi di età, intellettuali ed artigiani, studenti ed operai, professionisti e sacerdoti, filo monarchici e filo repubblicani. I giovani scappavano da casa con solo gli indumenti che si trovavano indosso, i soldati dell’Esercito regolare lasciavano le caserme e restavano con la divisa militare di dotazione. E poi c’erano i Giovani Picciotti Siciliani che i più vestivano l’umile e semplice abbigliamento campagnolo. Quelli che portavano l’uniforme propriamente come vuole la tradizione: camicia rossa, pantaloni turchini, berretto a visiera e pezzuola al collo erano in effetti di numero modesto, la maggior parte indossava un qualsiasi abito borghese che si rifaceva un po’ alla classe sociale di appartenenza.
Gli abitanti raccontavano ancora che furono requisiti d’autorità alcune case e diversi indispensabili pozzi d’acqua, e per gli approvvigionamenti delle schiere furono diradate le uve nei grandi filari dei bassi vigneti latini e ogni sorta di prodotti ortofrutticoli di stagione, che si estendevano tanto rigogliosi in tutta la zona. I rami degli alberi furono adoperati sia come assicelle per strutturare le gabbionate che tenevano dentro racchiusi i cannoni pronti per il puntamento, sia per un altro utile impiego come la formazione delle tende. I campi circostanti le vigne e le coltivazioni erano divenuti accampamenti per il bivacco di questi uomini, per le loro armi, per gli animali ed i carriaggi. Che i bombardamenti borbonici aprirono brecce ai muri, alle case, ai palmenti, alle cantine di vino, sconquassarono barche e portarono un generale terrore a quelle buone anime paesane, già disorientate e stupite insieme per l’eccezionalità dell’avvenimento e per il nuovo aspetto Politico-Militare che si andava evolvendo. Non si ha notizia se il Nuovo Governo dell’Unità Italiana abbia avuto cura di operare sua sponte un risarcimento ai residenti per l’uso ed il consumo dei loro beni privati e per i danneggiamenti subiti nel paese. 



PURE TORRE FARO EBBE DUE SUOI FIGLI TRA I VOLONTARI GARIBALDINI

Questi furono Luigi SPINELLA ed Antonio ALESSI, che in quella epica campagna di guerra in Sicilia del 1860 formarono un gruppo di combattimento con un consistente numero di volontari che chiamarono i “Cacciatori del Faro” comandati dall’Ufficiale garibaldino Nicola FABRIZI un modenese, e ne fecero parte anche cittadini messinesi come Francesco SAVONA, Luigi MICALI, Salvatore SANTANTONIO, Michelangelo BOTTARI.

Sui Garibaldini caduti a Torre Faro

In seguito agli attacchi ed ai cannoneggiamenti borbonici sulle truppe schierate di Garibaldi è voce popolare che fra le loro fila diversi furono i feriti e forse quattro i morti caduti sul campo in questa estrema punta di terra del nostro borgo di mare di Torre Faro.

venerdì 18 febbraio 2011

Il Fortino Sepolto

Recepiamo e iniziamo a pubblicare un contributo di Franco Di Fede su Torre Faro e Capo Peloro. L'articolo è stato diviso in parti e sarà messo online nel corso dei prossimi giorni.


1860 I Garibaldini a Torre Faro: fotogramma di una scena tratta dal film “Viva l’Italia” del 1961, regia di Roberto ROSSELLINI: paesaggio dello Stretto di Messina con la spiaggia detta del paraò a Capo Peloro, la mitologica punta Cariddi, di là dal passaggio del mare la rupe di Scilla con i monti della Calabria. 

A CAPO PELORO: BANDIAMO LA NOSTRA IMPETRAZIONE:
“DISSOTTERRIAMO DALLA SABBIA LE VESTIGIA DEL FORTINO DI GARIBALDI, UN UNICUM INSCINDIBILE CON I SUOI CANNONI ED IL LANTERNINO”

LA STORIA HA VOLUTO FARLI RITROVARE INSIEME, COME IN UN SACRO VINCOLO, NELLA PICCOLA BALZA DI SABBIA E DI TERRA IN QUEL BORGO DI MARE A TORRE FARO SULLA MARINA DI PUNTA SOTTILE, LUOGO GIÀ NOTO NELL’ANTICHITÀ, PROBABILMENTE SIN DALL’EPOCA DELLA GUERRA DI TROIA (1200 a.C.) CON IL NOME GRECO DI CHARYBDIS (CARIDDI). 


Il Duce dei Mille, Giuseppe GARIBALDI, la figura più raffigurativa del Risorgimento Italiano, è nel paese di Torre Faro quando nel lontano 29 luglio del 1860, con le sue truppe militari di volontari in camicia rossa, stabilì il suo Quartiere Generale nell’antica Torre Medievale, cinta dalle possenti muraglie della Fortezza costruita dagli Inglesi nell’ancor più lontano 1806 circa, mentre il Gen. Graig, con l’esercito di Sua Maestà britannica, era in quel tempo di stanza nel territorio della provincia messinese col compito di opporsi all’Armata francese del Maresciallo dell’impero napoleonico Gioacchino Murat, che nell’altra sponda dello Stretto aveva piazzato le sue artiglierie, pronte a tutto, con capisaldi lungo tutto il litorale marino e sulle alture a mezzacosta dei monti della Calabria



A quel tempo, il Villaggio di Torre Faro, il cui centro abitato si snodava lungo i margini della riva di levante di Capo Peloro che guarda il mare Ionio dello Stretto, era una piccola e modesta umanità rappresentata da una rispettosa società di ceto popolare siciliana del passato. I suoi tranquilli abitanti conducevano una vita semplice scandita tutto l’anno dall’aspra e quotidiana attività lavorativa. La maggior parte uomini di mare, taluni nel loro pratico mestiere di pescatori sempre alle prese con ami e lenze, nasse e sciabiche, barche e palamenti, luntri e feluche, antenne e vele latine, le bonacce ed i grandi marosi con tutti i venti dei punti cardinali ed intermedi della Rosa, nel braccio di mare più rapido della terra per il suo formidabile flusso e riflusso senza tregua delle sue correnti di marea (in questo punto geografico chissà quanta energia si potrebbe produrre e utilizzare dal movimento del mare e dal soffio dei venti); taluni di questi volti “all’avventura” di marittimo, periodicamente assenti perché via mare mare imbarcati su bastimenti a vela o a vapore. Altri esperti come i primi, dediti alla dura vita dei campi in qualità di contadini a coltivare orti e vigneti ed a pigiare coi nudi piedi le uve nei palmenti per cavar mosto.


Ma chi merita il più alto empito di simpatia e di ammirazione, parliamo delle valorose donne farote che sono un vero vanto del paese, rispecchiano tantissimo la femminilità d’antico stampo siciliano e che hanno l’intuito, il senno ed il presentimento del cuore insieme: ricordo con tenerezza e affetto la dolcissima Mamma Marta in CUTUGNO che inondava del suo amore tali degne caratteristiche. Nel loro giornaliero compito di fedeli vestali del focolare domestico: lavar a mano la biancheria e rammendare, cucinare ed acciottolar stoviglie, allevare ed accudire i bambini, puntualissime nel curare, da sole, i buoni interessi della famiglia. E nondimeno mancava in queste anime spartane il sentimento della fede religiosa: ogni domenica mattina si recavano devotamente in Chiesa con in testa il fazzoletto della messa con le due bande annodate sotto il mento. Donne che, chissà quante volte, con preoccupato silenzio, hanno aspettato alla marina il ritorno degli uomini dal mare. 


Questa era la pacifica comunità paesana di Torre Faro: “acqua nivi e ventu” nella quotidiana e dura fatica di eroi del lavoro, umilissima gente che ha attraversato la Storia come “gintuzza” anonima, “senza importanza e considerazione”, invece è una realtà da glorificare specie in quell’epoca di arcani e nuovi fermenti patriottici, non tanto chiaramente definiti, ai quali avrebbero dovuto affidarsi con abbandono e fiducia. A quei tempi abitava in caratteristiche casette basse, piccole e schiette che a volte le acque del mare sfioravano.