Continuiamo a pubblicare il contributo di Franco Di Fede su Torre Faro e Capo Peloro. L'articolo è stato diviso in parti e sarà completato nel corso dei prossimi giorni.
PER LA PRIMA VOLTA UN’IPOTESI VEROSIMILE:
I TRE CANNONI DEL FORTINO FURONO PORTATI A TORRE FARO DA UN CONVOGLIO NAVALE DA TRASPORTO INGLESE
IL 10 AGOSTO 1718

A Capo Peloro, una bella mattina di domenica del 10 agosto 1718, nel cuore della calda estate siciliana, avvenne che la Flotta Navale da Guerra di S. M. Britannica, proveniente direttamente dall’Inghilterra e composta da 25 Navi di Prima e di Seconda linea, 2 Brulotti e 2 Palandre comandate dall’Ammiraglio BINCH, si presentò all’imbocco dello Stretto di Messina dalla rotta di nord-ovest. E siccome puntuale incalzava e rompeva la furia della rema di scendente fu costretta a dare fondo alle ancore in prossimità della costa fra le spiagge di Mortelle e di Torre Bianca, salutata festosamente con colpi di archibugi da parte degli equipaggi della Navi da Trasporto Inglesi, che l’avevano preceduta qualche tempo prima, a pieno carico di uomini, armi, artiglierie, munizioni e vettovaglie. Quindi una Guarnigione composta da Militari Inglesi prese possesso della vecchia Torre del Faro subentrando al Presidio di Soldati Spagnoli che il giorno prima l’aveva abbandonata precipitosamente e che appartenevano al corpo di spedizione capitanato dal Marchese DE LEDE, sbarcato il 2 luglio del 1718 presso Palermo e assunto la carica di Viceré in nome di Filippo V di Spagna con l’intento di riconquistare la Sicilia.
In quel periodo il Governo della Corona Inglese era interessato ai possedimenti spagnoli in Italia e ad una stabile presenza in Sicilia, al contempo aveva intenzione di fermare decisamente le mire espansionistiche della Spagna, che invece insisteva a volersi riprendere il possesso della Sicilia. Tutto questo avveniva mentre era regnante l’ex Duca di Savoia Vittorio Amedeo II, Re di Sicilia dal 24 dicembre 1713 (governerà fino al 1720).
Possiamo ipotizzare che da questo Convoglio Navale da Trasporto Inglese furono scesi i tre cannoni ad avancarica dissepolti del cosiddetto Fortino di Garibaldi, con più possibilità per quello più grande che porta inciso sulla volata una croce sottoposta ad una corona reale. Molto probabilmente farebbero parte di un lotto di pezzi di artiglieria di piccolo e medio calibro e di munizionamento commissionato alle fiorenti industrie belliche o al grande e ricco Arsenale da guerra di S. M. Britannica dal novello Re Sabaudo di Sicilia: sarebbe dovuto servire ad incrementare il potenziale militare del proprio esercito ed altresì per meglio contrastare il comune nemico spagnolo.
L’Economia inglese degli anni che vanno dal 1690 in poi, per un non breve periodo, era incappata in una profonda depressione. Ma questa infausta congiuntura avrebbe favorito l’accoglimento da parte del Governo Inglese della molto delicata richiesta di acquisto di armi pesanti. L’affare non si realizzò certamente in tempi brevi, vuoi per la proverbiale severità e precisione anglosassone e vuoi per le difficoltà rappresentate dal lungo viaggio del trasporto per la consegna al destinatario. Questa l’estrema sintesi di tutta l’operazione: il Governo della Corona inglese esaminata la domanda di Re Vittorio Amedeo II diede disposizione che fosse formalizzato un Decreto Reale dal Re Giorgio I, l’ex Principe elettore d’Hannover (Sassonia), che autorizzava e consentiva la vendita dei pezzi richiesti e dopo che l’atto fosse stato reso esecutivo dalla determinante approvazione del Consiglio della Corona. Sistemata burocraticamente la pratica ne seguirono i rigorosi collaudi per l’idoneità al fuoco di ogni singolo pezzo. Come ultimo atto si sbrigarono tutte le iniziative per organizzare la spedizione ed effettuare l’imbarco, nella nostra ipotesi, su quelle stesse Navi da Trasporto che risultarono ormeggiate insieme alla Flotta Navale da Guerra Britannica, nel mare di Torre Faro, tranquillo ed argentino quando vuole esserlo, in quella lontana mattinata domenicale del 10 agosto 1718.

I GARIBALDINI NON POTEVANO FARE USO DI QUEI TRE CANNONI DISSEPOLTI
Analizziamo con criterio le nostre ipotesi che abbiamo trovate interessanti davvero. Sempre con la speranza che qualche Militante Intelletto Critico di Storico, con linguaggio tutto fronde accademiche ed iperboli, non ce le bolli per un’opera capricciosa della nostra immaginazione o peggio ancora una tantafèrina priva di costrutto sottoscritta da un somaro idiota locale. Oppure magari, nel caso sia stato più clemente e disposto a darci retta, risulterà invece un paziente recensore del nostro lavoro, d’altronde non abbiamo fatto altro che leggere e riassumere semplicemente con scrupolosa accuratezza le Carte Storiche ed ascoltato e riferito, spartanissimamente, la Voce del Popolo di Torre Faro, dalla quale abbiamo attinto spigolando i racconti dei Vecchi abitanti che toccavano gli ottanta anni di età ed oltre, come la tanto cara Nonna Ciliberto, può sembrare curioso ma a 94 anni suonati era la mia migliore amica: mia vicina di casa in Via Lanterna, proprio all’ombra della grande mole del Faro fra le ortensie, i gerani ed i grandi alberi di pesco mi contava e ricontava, fanciullo ancora, fantastici fatti veri che sembravano antiche favole. Con la più riconoscente gratitudine devo a tutti loro se ho potuto ragguagliarvi rievocando i loro scorci descrittivi, appresi man mano negli anni, su quegli accadimenti memorabili che in paese si sono tramandati a voce da padre in figlio, qui riportati nella loro essenzialità e con giudizio; sparsi in tutto il testo hanno una loro provata valenza come notizie storiche attendibili da prendere in considerazione per cercare di ricostruire quegli avvenimenti.
Dicevamo prima della speranza, in questo caso è uno di quei bisogni che si possono lasciare insoddisfatti senza che accada nulla di grave quindi andiamo dritti ad esporre senza alcuna remora ma con la più coscienziosa obiettività possibile quanto vi dobbiamo dire.
Qualora perciò i nostri tre cannoni ad avancarica fossero stati in grado di sparare i Garibaldini non avrebbero avuto alcun interesse a metterli fuori uso dal momento che non era necessario farlo, tant’è per due ordini di fattori:
Il primo: visto l’esiguo numero degli stessi, potevano portarseli a loro seguito come hanno fatto per tutta la loro artiglieria al gran completo, la quale risultava di per sé già di numero notevole, a conferma di quanto si è sempre sostenuto in paese per tradizione orale ché le bocche da fuoco puntate sul mare dello Stretto verso la Calabria risultavano sicuramente più di quaranta pezzi.
Se poi hanno lasciato quei tre cannoni di ottima fattura e si sono portati via quel modello antiquato di Colubrina, risalente al 1600, che allunga il suo collo verde dalla gabbionata della batteria, a Torre Faro dove è piazzata, lunga come la fame, così descritta da Giuseppe Cesare Abba nelle sue Notarelle di Memorie garibaldine, i racconti: “ Da Quarto a Volturno” e “Storia dei Mille”, ci induce a pensare che non erano più in grado di sparare.
E sempre da questi scritti: la Colubrina in questione era stata issata e acquisita a bordo quando Garibaldi con i suoi Mille sostarono alla fonda con i vapori Lombardo e Piemonte nel mare di Talamone sotto le coste della Maremma toscana. Montata su di un cattivo affusto, un vecchio e logoro impiastro da far paura, a ruote di legno non cerchiate che per la continua usura erano divenute poligonali; con una delle maniglie a forma di delfino spezzata e con i segni evidenti di due colpi di cannonate ricevute. Era così tanto malandata che aveva fatto dannare, fino all’inverosimile, gli uomini addetti al trasporto armi, impegnandoli ad arrancare sfiancati per trainarla da Marsala (TP) fino ai 720 mt. di altezza a Piana degli Albanesi (PA) nel corso della Campagna di Sicilia. (Ammenochè non giaccia ancora nascosta ed abbandonata sotto le dune di sabbia e di terra accumulatesi nel tempo sopra il nostro Fortino).
Il secondo: i Nostri Scamiciati in rosso inoltre avrebbero avuto un’altra alternativa dopo la loro definitiva partenza dalla Sicilia: lasciarli nel Fortino in forza alle loro truppe territoriali filo liberatrici che rimasero a presidiare ed occupare stabilmente tutto il territorio conquistato di Torre Faro.
Poi in seguito, quando l’avventura garibaldina dei Mille si concluse, sempre dalle testimonianze degli anziani del paese, è risultato che i nostri tre bei cannoni furono lì abbandonati sin dal primo momento per troppi interminabili lustri e per dirla come loro: “non furono mai più né nella mente di Dio e neppure in quella degli uomini”, fino a quando non sono stati ritrovati, di recente, come robe vecchie e inservibili lasciate nel chiappolo e recuperati quali reperti storici da salvare.
Pur rimanendo nel suo aspetto più lusinghiero la loro riesumazione, tanto invocata da gran tempo, è stata accolta come una tarda giustizia, trattandosi di cosa che avrebbe potuto con pieno diritto non essere sottratta alla pubblica conoscenza.

A questo punto non ci rimane che fare un salto a precipizio all’indietro nel tempo che precede la dominazione borbonica in Sicilia. Si tratta di un periodo di 17 anni che va dal 10 agosto 1718, data che come abbiamo detto prima potrebbe corrispondere all’arrivo dei nostri cannoni a Capo Peloro, al 30 giugno 1735, data di insediamento della dinastia borbonica di Re Carlo III, che giura solennemente nel Duomo di Palermo. In questo lasso di tempo, proprio dalle nostre parti, avvennero scontri d’armi tra i soldati Austriaci, Spagnoli, Inglesi e gli stessi Borboni con una prevalenza transitoria ora dell’uno ora dell’altro o dell’altro ancora, alla fine queste guerreggiate si concluderanno il 9 marzo 1735 con la resa del Presidio austriaco a Messina ad opera di questi ultimi. Se la manomissione non è avvenuta durante l’alternarsi di questi fatti guerreschi allora le nostre indagini ci portano ad indicare i Soldati di Francesco II, ultimo Re borbonico del Regno delle due Sicilie, ad avere operato, con molta probabilità, l’intenzionale danneggiamento dei pezzi per non doverli lasciare efficienti in mano al nemico garibaldino. Ecco di seguito spiegato per quali fatti e presumibili motivi :
Il 24 luglio 1860 il Ministro della Guerra borbonico Giuseppe Salvatore Pianell, che stava a Napoli, visto che gli eventi si stavano mettendo molto male per il suo esercito, che già era in rotta, valutato che c’era poco da sferrare un contrattacco e non dovendo condurre una guerra ad oltranza per conservare la posizione fino all’ultimo uomo, onde evitare un inutile spargimento di sangue, affidò al Maresciallo Tommaso Clary, comandante delle truppe borboniche sulla piazza militare di Messina, il compito di trattare un Armistizio col nemico per consentire lo sgombero dei propri soldati che erano in ritirata, sparsi e di quelli rimasti isolati. Difatti il 27 luglio 1860 Garibaldi con i suoi garibaldini, già col tacito accordo di non belligeranza, prese possesso della città di Messina senza avere ingaggiato alcun combattimento, preceduto dalla brigata Medici che col gruppo d’assalto dei “Cacciatori del Faro” erano state le prime truppe ad entrare nella città. Il giorno dopo, 28 luglio 1860 il Generale borbonico Clary oberato di responsabilità da quegli ordini superiori impartiti dal Comando Supremo di Napoli firmò l’armistizio con il corrispettivo Gen. garibaldino Giacomo Medici .
Quanto disponeva la stipulata Convenzione era perentorio: intimava che alle Forze borboniche veniva concesso solo il tempo strettamente necessario per ritirarsi nella Cittadella di Messina, nei forti di Don Blasco, Lanterna e San Salvatore.
Tutto questo avveniva quando l’Armata vincente di Garibaldi, dopo che era stato stipulato quel Concordato, si era già insediata in città e si stava dispiegando con le sue prime linee lungo la riviera messinese fino a Torre Faro. Nel mentre le unità navali d’appoggio, per ordine dello stesso Garibaldi, si mossero da Milazzo per portarsi nelle acque di Capo Peloro, ove addirittura giunsero anticipandolo.
Ed allora il piccolo distaccamento dei Soldati borbonici, che apparteneva al Presidio di stanza nella vecchia Torre della Fortezza inglese, ricevuto l’ordine immediato di evacuare il proprio posto di servizio e di rientrare alla base per ragioni di opportunità, si trovò assediato ed oppresso da ogni parte dalle forze avversarie e fu costretto a limitarsi solamente al disbrigo di operazioni essenziali e filare via precipitosamente onde portare in salvamento se stessi, bagaglio e armamentario leggero. In quella situazione terribilmente precaria non fu possibile prendersi cura dell’artiglieria pesante presente nel Fortino di Punta Sottile: per questo motivo non poterono prelevare, trasportare e dislocare i tre cannoni in luoghi opportuni di pertinenza con i tempi così ristretti sanciti dall’Armistizio che incalzavano senza scampo, favoriti soprattutto dall’esiguo numero dei pezzi, presumibilmente, possono essere stati questi militari borbonici a metterli fuori uso. Supponiamo inoltre che non avendo essi a disposizione i chiodi d’acciaio ed il martello per inchiodare l’artiglieria secondo un rituale di sabotaggio più tecnico, in una più rudimentale alternativa calettarono e saldarono le palle di ferro dentro la bocca dei cannoni, in questo modo li resero inceppati e non più idonei all’uso bellico.
Quanto al dato storico avvenne che in quei momenti concitati e decisivi questi armati, distaccati ed isolati, furono prelevati in fretta e furia a mezzo navale, perché le vie carrozzabili erano impedite dalle forze garibaldine ormai riconosciute padroni della situazione, e “ a vele spiegate” furono condotti alla Fortezza della Cittadella, dove già erano stati destinati i soldati degli altri due presidi di Gonzaga e Castellaccio.
La Cittadella di Messina sarà l’ultima fortezza borbonica in Sicilia a capitolare quando il 12 marzo 1861 verrà espugnata dall’Esercito Savoiardo comandato dal Gen. Enrico CIALDINI.